Quattordici bugie sul cervello e una verità

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Le bugie più clamorose sul cervello.

Le neuroscienze studiano da sempre il nostro cervello, cosa ci dicono allora sull’organo più complesso, misterioso e meraviglioso del corpo umano?

Il cervello è spesso soggetto a eccessive semplificazioni o colossali equivoci. Molte sono le bugie che lo riguardano, vediamo quali sono i più diffusi falsi miti che lo riguardano.

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Prima bugia: è di colore grigio. Non proprio.

Dal vivo il cervello non è il massimo dello spettacolo. Spesso lo troviamo immerso nella formaldeide dei laboratori, dove assume un aspetto grigiastro, tendente al giallo,  ma finché vive evidenzia anche altri colori: rosso-rosato, per la ovvia presenza dei vasi sanguigni che lo irrorano; poi il bianco, per la cosiddetta sostanza bianca, che comprende i fasci di fibre nervose che connettono le centinaia di miliardi di neuroni presenti al suo interno; anche il nero, nella substantia nigra, una formazione neuronale di colore scuro implicata nelle principali funzioni motorie.

C’è naturalmente anche il grigio della materia grigia, l’insieme dei corpi di neuroni: ma il nome è di comodo, più che altro a differenziare dal colore chiaro della sostanza bianca.

Seconda bugia: usiamo soltanto il 10%. Posso consigliarti un buon libro?

La prima considerazione è che il cervello è un organo dispendioso dal punto di vista energetico ed evolutivo: la nostra stessa natura non permetterebbe di avere un tale surplus di cellule nervose inutilizzate.

Il falso mito trae origine nelle dichiarazioni dello scrittore e psicologo americano William James, secondo il quale sfruttiamo solo una piccola parte delle nostre risorse mentali.

Le tecniche di imaging cerebrale lo hanno però smentito, mostrando che gran parte del cervello è coinvolta anche durante le attività più semplici, come dormire.

La percentuale ha senso solo se si pensa alla natura delle cellule del cervello, costituite per il 90% da cellule gliali, con la funzione di nutrimento, a supporto di un 10% di neuroni.

Tutto spiegato bene nel mio libro.

Terza bugia: quello umano è il più grande. Ancora non proprio.

Il cervello umano pesa in media 1360 grammi, più o meno quanto quello di un delfino (considerato peraltro un animale intelligente).

Quello di un capodoglio – meno brillante dei delfini – arriva a 7800 grammi, quello di un orango ad appena 370 grammi.

Come si nota, non sono le dimensioni assolute del cervello a determinare l’intelligenza del suo “proprietario”; piuttosto, è il rapporto delle sue dimensioni con il resto del corpo.

Per gli uomini, questa relazione è di circa 1:50. Per gli altri mammiferi, è in media 1:180, e negli uccelli è di 1:220. Le dimensioni fanno la differenza.

Quinta bugia: sotto pressione rende meglio. Bugia clamorosa.
Vi sarà capitato di pensarlo magari dopo aver portato a termine con successo un progetto e una competenza che sembrava insormontabile.
Ma la qualità? Sicuro che fosse di alto livello.
Lo stress è forse un sistema efficace che spinge ad accelerare i tempi e a smettere di procrastinare.
Ma dobbiamo tenere conto anche degli ormoni che, seppur rilasciati nei momenti di tensione e stress, sono efficaci solo per brevi periodi e in situazioni di emergenza.
Sulla lunga distanza invece potrebbero produrre l’effetto opposto e interferire con la delicata abilità del cervello di assimilare conoscenza e sapere.
Sotto pressione è più facile inciampare in errori a volte banali e portare a termine il compito in modo approssimativo.
Senza contare che le grandi idee arrivano quando la mente è lasciata libera di divagare. Magari in un bagno caldo come la storia della scienza insegna.
Sesta bugia: emisfero sinistro, ordine; destro, creatività. Mah! Definizione molto approssimativa.
Questo mito affonda le sue radici nelle prime osservazioni degli effetti di lesioni cerebrali effettuate nell’800, quando si scoprì che un danno in uno o nell’altro emisfero causava la perdita di specifiche abilità. Ma studi successivi e le moderne tecniche di imaging cerebrale hanno dimostrato che emisfero sinistro e destro in realtà sono fortemente interconnessi.
Qualunque tipo di compito, da quelli strategici, verbali e matematici e quelli più di tipo più creativo e d’immaginazione, implicano di contro, un attività che interessa tutto il cervello, non solo in una delle due parti.
Se è vero che il cervello è organizzato in modo standard, con certe aree specializzate in particolari compiti e connesse ad altre in base a pattern conosciuti, è però anche un organo eccezionalmente plastico, e non è corretto localizzare un determinato compito esclusivamente in una limitata porzione di esso.
Imparare una nuova disciplina, come per esempio suonare uno strumento, modellerà e cambierà le connessioni in alcune aree deputate al controllo motorio.
Allo stesso modo, nei non vedenti, le aree normalmente deputate alla percezione visiva saranno dedicate, per esempio, all’ascolto.
Inoltre, come abbiamo già ricordato, il cervello è più interconnesso di quanto si sia abituati a pensare, e le sue aree lavorano quasi sempre in stretta collaborazione oltre alla capacità di regolare con più facilità le proprie emozioni.
Settima bugia: Uomini e donne hanno capacità diverse perché hanno cervelli diversi. Davvero?
Ci sono differenze fisiologiche tra il cervello delle donne e quello degli uomini, e questo è all’origine abilità diverse tra i due sessi.
Andiamo al sodo: nessuna ricerca ha mai dimostrato che ci siano differenze nelle connessioni tra i neuroni nelle varie aree del cervello tali da determinare un divario nell’apprendimento di nuove abilità in base al sesso.
Di qualunque tipo essi siano, matematici, la logica, l’arte, le attività politiche, la medicina.
E anzi, il tentativo di un approccio differenziato sul piano dell’educazione ha dimostrato di non servire proprio a nulla a meno di non voler creare comodi stereotipi.
Infatti questa visione sesso loggata del cervello ha preso piede facilmente, dove gli uomini avrebbero due emisferi cerebrali più specializzati, o tenderebbero a essere più aggressivi, mentre le donne dei circuiti più complessi a livello emozionale e sul piano dell’empatia.
Per queste ragioni uomini e donne non sarebbero adatti a fare le stesse cose.
Se è vero che donne e uomini non hanno lo stesso identico corpo, queste distinzioni di carattere cognitivo continuano però a essere infondate ed esagerate e non correlano in alcun modo con le differenze nel comportamento, l’essere in grado di portare a termine determinate operazioni o il poter migliorare specifiche abilità.

Ottava bugia: Mozart in pillole. Di sicuro male non fa.
Ascoltare un piacevole brano musicale fa aumentare nel cervello il livello di un neutrasmettitore collegato al tono dell’umore chiamato dopamina; fattore, questo, che molto probabilmente migliora le prestazioni cognitive e ci rende più reattivi agli stimoli esterni.
Questo processo, in realtà, non succede solo con la musica classica: funziona anche con Ligabue e Vasco Rossi qualche jazzista famoso. Ma anche il cibo produce effetti simili, soprattutto il dolce.
Come spesso succede il tutto è partito da uno studio dell’Università della California ad Irvine del 1993. Lo studio cercava di dimostrare che l’ascolto di 10 minuti di Sonata di Mozart era in grado di migliorare alcune funzioni cognitive di una coorte di soggetti. La ricerca però è stata poi smentita da successive analisi.
Gli esperimenti successivi di Shaw e Rauscher, una volta riprodotti, hanno evidenziato infatti che lo sviluppo di una maggior perspicacia, oltre a riguardare solamente l’intelligenza spazio-temporale (cioè l’analisi delle forme, delle posizioni e il senso dell’orientamento), è solamente temporaneo e svanisce completamente nell’arco di una manciata di minuti.
E non ha niente a che vedere con lo sviluppo cognitivo, purtroppo.
Studi successivi invece hanno messo in relazione l’ascolto di questa composizione musicale con dei piccoli miglioramenti nel decorso dell’epilessia grave, oppure hanno evidenziato un’aumentata attività di alcune aree del cervello.
Ma non possiamo affermare ancora nulla rispetto ai suoi effetti sull’apprendimento o lo sviluppo cerebrale durante l’infanzia.
Le ricerche più recenti suggeriscono piuttosto che imparare a suonare, anziché semplicemente ascoltare la musica, possa migliorare l’apprendimento dei più piccoli, sia per quanto riguarda le capacità di linguaggio, sia altre attività, come per esempio la lettura.
Nona bugia: l’alcol brucia i neuroni (e lo stomaco)
Chiariamo: una bella sbronza ha effetti evidenti sul modo di ragionare di chi ha bevuto e anche sulla sua coordinazione neuromotoria, ma da qui a commettere “un omicidio” sulle cellule cerebrali ce ne corre. Però, alla lunga, può danneggiare i dendriti, quindi il modo in cui i neuroni comunicano, pregiudicando così la trasmissione del segnale nervoso.
Benché preoccupante comunque di un effetto transitorio e per quanto dannoso che non provoca la morte delle cellule cerebrali.
I beoni incalliti possono nel tempo sviluppare la cosiddetta sindrome di Korsakoff, un deficit di memoria associato a una degenerazione neuronale come la coordinazione muscolare, la vista, fino alla demenza.
Bene precisare che questa patologia non è in diretta correlazione con l’alcol, ma piuttosto alla carenza di tiamina, una vitamina il cui assorbimento è ostacolato dall’assunzione sconsiderata di alcol.
L’alcol non brucerà di per sé il cervello ma può comunque danneggiarlo (e con effetti anche molto gravi) attraverso vie collaterali quando l’abuso diventa patologico.
Decima bugia: se si lesiona è per sempre. Mai dire mai
Per fortuna non è sempre così.
Il termine “lesione cerebrale” fa subito pensare a immagini molto sconfortanti dove le persone sono destinate a vivere per sempre in stato vegetativo, in condizioni di grave disabilità fisica o mentale e a danni irreversibili, ma andiamo con ordine.
La gravità delle conseguenze dipende innanzitutto da quanto sono estese e dall’area cerebrale coinvolta.
Se da un lato è vero che le lesioni profonde, comprensive di forti emorragie, lasciano segni indelebili o necessitano di pesanti interventi chirurgici, nel caso di lesioni circoscritte, invece, il cervello ha dimostrato di poter molto spesso recuperare senza recare grosse disabilità.
Esistono danni cerebrali di minore entità, per altro transitori, come la commozione cerebrale, da cui il cervello recupera in modo rapido.
Quest’ultima altro non è che una perdita di coscienza di breve durata dovuta in genere a un trauma cranico e non porta a danni cerebrali permanenti.
Il cervello è comunque dotato di una certa plasticità.
Se le lesioni sono serie ma localizzate, è in grado di costruire nuove sinapsi e trovare nuove vie per compiere determinate azioni, compensando così le zone compromesse permettendo in questo modo un parziale recupero, se non totale recupero anche da lesioni cerebrali più gravi.
La riabilitazione neuropsicologica è in grado di aiutare a sviluppare queste nuove strategie cognitive.
Undicesima bugia: dopo i 40 le capacità cognitive iniziano a perdere colpi. No, eccetto me.
A dire il vero se alcune facoltà cognitive peggiorano con l’avanzare dell’età, altre subiscono la sorte contraria
Da giovani generalmente è più facile imparare le lingue, svolgere più compiti contemporaneamente (i così detti multitasking), tenere a mente un numero di telefono appena dettato (soprattutto quello di una bella ragazza) o riuscire a selezionare gli stimoli utili in un contesto distraente.
Con l’età, quando una patologia non prende il sopravvento, migliora grazie all’esperienza la funzione linguistica, si nota una spiccata abilità nell’appianare i conflitti sociali, il giudizio sulle persone è più pacato e la memoria a lungo termine permette di ottimizzare l’esperienza e le capacità organizzative.
Dodicesima bugia: la memoria si può allenare. Con che?
Se ce la vogliamo dire tutta i giochi di enigmistica non vi renderanno né più abili nel ricordare, né tantomeno più intelligenti.
La memoria non è un muscolo che diventa più tonico aumentando il peso da sollevare. Nessuno specifico training migliorerà le vostre performance cognitive generali.
Diverso è il discorso per chi deve affrontare un compito specifico per esempio un esame, o un discorso pubblico.
In questo caso avremo una diretta correlazione tra il tempo speso ad allenarsi con i risultati finali, a meno che il fattore emozionale non mandi tutto all’aria sul più bello.
Naturalmente, mantenere uno stile di vita attivo, curioso e interessato agli stimoli esterni (lettura dei giornali, mostre, viaggi, incontri con gli amici) servirà comunque da fattore protettivo contro il declino cognitivo, soprattutto in età avanzata.
Tredicesima bugia: la memoria è un registratore fedele. Una volta c’era il Geloso.
Magari, ma non è così.
La nostra capacità di ricordare non è infallibile, tutt’altro.
E’ invece soggetta a molteplici fattori che possono causare distorsioni, dubbi e ristrutturazione di quei “vuoti” a cui la memoria è fisiologicamente soggetta.
Il processo di deformazione è dovuto a fattori di interferenze successive o precedenti che minano il ricordo in questione. La traccia del ricordo viene in qualche modo modificata; anche le emozioni associate a quel determinato momento, o al contesto possono subire la medesima sorte reimpostando quindi la revocazione del ricordo con tutte le conseguenze relative.
Studi dimostrano, per esempio, che il modo in cui vengono formulate le domande ai testimoni oculari di incidenti o rapine influisce notevolmente sulla rievocazione dell’episodio da parte degli interrogati.
Quattordicesima bugia: Una botta in testa può farci perdere e naturalmente far ritornare la memoria (magari dopo uno shock)
É uno degli espedienti più abusati nelle soap e un classico delle fiction.
Che succede: il personaggio cade vittima di un tragico incidente e, quando si risveglia, non ricorda più nulla della sua vita. Un dramma.
Dopo qualche puntata, un altro colpo in testa ed ecco improvvisamente tornare perfettamente la memoria.
Eccolo allora ricordare l’assassino e smascherare il cattivo di turno.
Nella vita reale no, questo non accade.
L’amnesia retrograda, cioè quella che cancella gli eventi passati, può sì manifestarsi in occasione di un brutto trauma cranico.
Tuttavia non è affatto scontato che un brutto colpo in testa possa determinare un reset proprio a livello della memoria autobiografica, quella che permette di richiamare la storia personale e l’identità dell’individuo.
Per non parlare dell’ipotesi, del tutto fantasiosa, che questa possa ripristinarsi semplicemente con un’altra botta in testa.

Quindicesima bugia, la verità: se vuoi conoscere meglio il tuo cervello, la tua mente e i miti che la circondano leggi OscuraMente e La mente non oscura.

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