Quando non crediamo alla scienza

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Perché non crediamo alla scienza.

Ce lo spiega, ironia della sorte, la scienza: ignorare i fatti a volte serve a difendere la nostra identità.

Pochi errori sono enormi come prevedere la mancata fine del mondo.

Esiste una intera lista di previsioni mancate dei Testimoni di Geova, ma questo non gli impedisce di fare proseliti.

È solo uno degli innumerevoli esempi di una caratteristica umana sconcertante: noi umani siamo bravissimi a ignorare i fatti che si trovano davanti, quanto contrastano con le nostre credenze.

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Per quanto l’evidenza dimostri una cosa, possiamo continuare imperterriti ad arrampicarci sugli specchi più scivolosi pur di sostenere l’opposto.

Numerosi esperimenti hanno chiarito che spesso non ci basiamo sul ragionamento per formare ex novo le nostre opinioni, bensì usiamo il ragionamento per giustificare opinioni che ci siamo già fatti. Tanto che, come ha detto l’autore americano Michael Shermer, “le persone intelligenti possono credere cose assurde, perché sono brave a difendere opinioni a cui sono arrivate per motivi stupidi”.

Il metodo scientifico moderno, con tutti i suoi controlli, test a doppio cieco, revisione dei pari etc. tenta proprio di sfuggire a questi meccanismi: il fisico Richard Feynman diceva che la scienza è l’arte di non prendersi in giro da soli.

Un esperimento chiave sul tema è stato fatto nel 1979, quando hanno preso persone a favore o contro la pena di morte e a ciascuna hanno fatto leggere due studi fittizi, uno che supportava l’efficacia della pena capitale come deterrente e uno che la confutava.

Ciascun gruppo trovava più convincente lo studio che confermava già la loro opinione, ed era molto più capace a trovare difetti nello studio opposto.

Di più: di fronte a dati che apparentemente potevano confutare il loro punto di vista, non solo ciascuno dei due gruppi non cambiava opinione, ma anzi entrambi rafforzavano il proprio pregiudizio.

Numerosi esperimenti successivi hanno confermato questo quadro.

Perché?

Il punto è che ci sono cose che ci interessano di più del cercare spassionatamente la verità.

Siamo fondamentalmente scimmie sociali: ci siamo evoluti in un contesto in cui i fatti a cui tener fede erano pochi e incontrovertibili, e la coesione del gruppo era fondamentale per la sopravvivenza. Le nostre opinioni affermano la nostra identità, il nostro senso del sè, per sentirci accettati nel nostro gruppo sociale. Questo valore emotivo è ben più importante per noi dell’adamantina aderenza ai fatti: se i fatti non sono d’accordo, peggio per loro.

Di fronte a dati e/o ragionamenti che minano la nostra identità ci mettiamo sulla difensiva, paradossalmente irrobustendo i nostri preconcetti invece di discuterli.

Questo spiega l’apparentemente assurdo comportamento dei seguaci dei culti più disparati, che continuano a tenere fede anche dopo una mezza dozzina di mancate “fini del mondo”:  pur di difendere la propria identità sociale e religiosa, meglio trovare una scusa (non importa quanto arbitraria) che ammettere l’errore.

Se è così però i tentativi di convincere razionalmente qualcuno ad abbandonare una bufala o una teoria del complotto sono probabilmente destinati a fallire.

Uno sconfortante studio del 2014 ha mostrato che cercare di convincere i genitori dubbiosi a vaccinare i propri figli può essere peggio che inutile: aveva  esattamente l’effetto opposto.

Infatti di fronte al riesplodere del morbillo in America e alla reazione dei media, gli antivaccinisti si sono chiusi a riccio invece di mettersi in discussione.

E quando i fatti ti mettono con le spalle al muro?

Una ricerca sempre del 2014, riassunta pochi giorni fa su Scientific American, annienta ogni speranza di una persuasione puramente razionale.

Le persone possono semplicemente decidere di ignorare i fatti. Poste di fronte a dati fittizi pro o contro l’opportunità delle adozioni omosessuali, o sulla religione, i soggetti dello studio erano ben lieti se i dati supportavano la propria opinione.

In caso opposto però semplicemente affermavano che i dati non erano rilevanti per la discussione, spostando la questione sul piano etico o spirituale.

Di per sè può avere senso: esistono problemi in cui entrambi gli aspetti sono rilevanti (si pensi alla sperimentazione animale).

Il problema è se scegliamo a priori su quale campo di gioco porre la questione solo in base alle nostre idee preconcette, invece di tenere conto onestamente di tutto.

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3 Comments

  • davide

    Reply Reply 13 gennaio 2016

    questo naturalmente vale solo a senso unico, vero???

    • Admin

      Reply Reply 13 gennaio 2016

      Grazie Davide per il tuo commento.
      A senso unico in che senso?

  • davide

    Reply Reply 13 gennaio 2016

    nel senso che questo “meccanismo ” della mente vale solo per chi si permette di apporre qualsivoglia critica all’attuale paradigma materialista della scienza, non è cosi?

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